26 apr 2026 IV Dom di Pasqua anno A
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
Nel 1999 Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, consegnava alla diocesi la lettera pastorale “Quale bellezza salverà il mondo”?
C’era il passaggio di millennio con la celebrazione dei 2000 anni dalla nascita di Gesù, “il dono compiutosi 20 secoli fa”. Martini si interroga e interroga: “a che punto siamo del cammino umano”? Aveva davanti a sé l’immagine di un secolo, il XX°, che finiva con l’esperienza della guerra nei Balcani con gli odi etnici che essa ha così violentemente manifestato. Come è possibile aver dimenticato la lezione di due guerre mondiali?
Un quarto di secolo dopo la situazione appare peggiorata. Sono sempre davanti ai nostri occhi le brutture delle nuove guerre che papa Francesco già denunciava come la terza guerra mondiale a pezzi, guerra che a macchia di leopardo si diffonde sempre di più senza che appaiano segni della resipiscenza di quanti hanno fatto della prepotenza, della forza della ricchezza, la base dello strano diritto di sottomettere gli altri. Il mondo appare più che mai dominato da ladri e briganti ai quali non interessa nulla delle pecore. E’ questo il vero mondo al rovescio dominato da una manciata di tiranni. Papa Leone nel suo viaggio, pastorale appunto, in Africa lo ha detto chiaramente, Il pastore non può essere favorevole alle guerre, come non può condividere la pratica di andare a depredare altri paesi delle loro ricchezze per la ricchezza di altri in altri paesi. Neppure è accettabile che i migranti siano trattati molte volte peggio degli animali, gli esseri umani vanno trattati in modo umano.
La bellezza salverà il mondo! L’espressione non l’ha inventata il cardinal Martini, come lui dice, fu Dostoyeski nel diciannovesimo secolo, nel suo romanzo l’Idiota. la bellezza che salverà il mondo è quella dell’amore che condivide il dolore. Non ha dunque nulla a che fare con l’estetica ma piuttosto con i gesti di quanti si avvicinano agli altri per prendersene cura o semplicemente per stare vicino, in silenzio, senza dire nulla perché in certi momenti stare zitti è il modo migliore per dire “ci sono”.
In greco, la lingua del vangelo, non si scrive buon pastore, ma il pastore bello. Bello perché dà la vita e non la toglie, perché libera e non opprime né sfrutta. È bello perché ha la fragranza del pane che nutre. È bello perché nella sua trasfigurazione è splendido come il sole che illumina il giorno. È bello perché sulla sua croce è l’immagine di un amore infinito e unico per ciascun uomo sulla terra. È bello perché nella sua resurrezione è promessa attuale di vita piena.
Abbiamo bisogno di questa bellezza che diventa gentilezza contro asprezza dei modi e delle parole, attenzione contro indifferenza e cinismo, rispetto contro riduzione dell’altro a oggetto, considerazione per l’altro e i suoi diritti, tenerezza, sensibilità. È questa bellezza, non dell’aspetto, ma del gesto, del pensiero, dell’agire che Gesù comunica per diventare modo d’essere, profezia quotidiana di un mondo trasformato.
Buona settimana. P. Daniele