18 Gen 26 II dom anno A
Is 49,3.5-6 Salmo 39 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34
I testi di questa domenica ci mantengono nel contesto del battesimo dei Gesù. Non è solo il Vangelo di oggi che ci colloca direttamente sulla stessa scena, ma anche la prima lettura che ci propone il secondo canto del servo. Domenica ci veniva proposto il primo: Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui; egli porterà il diritto alle nazioni … “(Is 42,1 e seguenti). In questa domenica sempre Isaia ci dice: “Mi servo sei tu Israele, sul quale manifesterò la mia gloria … io ti renderò luce delle nazioni”.
In prima battuta, per noi, questo servo è Gesù, che il Battista indica anche come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Cerchiamo di capire meglio questa espressione che ci rinvia direttamente all’esperienza dell’esodo dove l’agnello è quello della notte della fuga dalla schiavitù dell’Egitto. Un agnello senza difetti immolato al tramonto, che ogni famiglia mangiò in fretta fianchi cinti, sandali ai piedi, bastone in mano, dopo aver asperso le porte delle loro case con il suo sangue, a protezione dall’angelo sterminatore.
Giovanni battista afferma che quel rito è finito, sostituito da Gesù nuovo, vero e unico agnello che abolisce tutti i sacrifici di animali offrendo invece se stesso sulla croce come unico, definitivo ed efficace sacrificio “per togliere il peccato del mondo”.
Dobbiamo cercare di capire meglio l’espressione “peccato del mondo” per uscire da una comprensione individualista e soggettiva del peccato (i nostri peccati). Qui, Giovanni, non parla del peccato dell’uomo, ma del peccato del mondo, cioè dello “stato delle cose”, la situazione del mondo come situazione di rifiuto di Dio, un mondo dominato dalla morte e dalle tenebre che rifiuta la vita e cerca di spegnere ogni luce. Si tratta di situazioni molto concrete e reali di cui anche nella nostra epoca possiamo fare l’elenco.
Gesù è l’agnello significa che egli è colui per mezzo del quale si apre per l’uomo la porta della libertà da tutto ciò che in questo mondo ci rende schiavi, ci mette paura, ci fa sentire deboli e indifesi. Il peccato del mondo sono l’odio, la prepotenza e l’arroganza, la mancanza di amicizia, di rispetto della dignità e dei diritti di ciascuna persona. Essere liberati dal peccato del mondo significa perciò trovare l’apertura per sfuggire a questa realtà. Non vuol dure andare su un altro pianeta, ma entrare in un ordine di idee e di cuore diversi, che non sono quelli di un mondo senza amore. Significa far parte di un popolo nuovo, di persone libere dentro per far crescere fraternità. E’ attuare nella nostra vita e insieme a tutti uomini e donne di buona volontà il programma di Francesco: Dov’è odio che io porti amore …. In questo modo anche noi diventiamo servi “plasmati dal Signore”
Il senso della fede è questo. Camminare su questa strada che è stata ed è sempre la strada di Gesù di Nazareth. Questo significa credere, cioè accogliere il verbo fatto carne, Gesù affinché si manifesti anche nella nostra esistenza personale la promessa contenuta nel prologo di Giovanni evangelista “a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome i quali, non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono generati”.
Buona settimana. P. Daniele